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La Genitorialità

 

Essere genitori efficaci non significa essere genitori perfetti,
significa essere fiduciosi nella capacità di comunicare con i propri figli, riuscendo ad instaurare e mantenere una vita familiare serena e collaborativa,
significa riuscire ad aiutarli a sviluppare autostima e fiducia in se stessi,
in altre parole
significa aiutarli a diventare adulti responsabili e felici.

La genitorialità non è un dato innato.
Il fatto che un bel giorno si decide di far "incontrare" un ovulo ed uno spermatozoo, sia attraverso un accoppiamento o attraverso le biotecniche che la scienza ha messo a disposizione, (inseminazione artificiale, in provetta, utero in affitto, e così via), per dare avvio ad una nascita non è una garanzia che sancisce una volta per tutte ciò che rappresenta, ciò che significa essere un padre e una madre.
Il dato naturale, il dato biologico, anche se indotto, per l'essere umano non è una garanzia, non rappresenta nessuna certezza sul versante della genitorialità.
Ci sembra più che mai di vitale necessità, alla luce del disagio e del malessere manifestati dai bambini e dagli adolescenti ( vedi aggressività, bullismo,suicidi, droga. alcool, stragi del sabato sera) riflettere ed interrogarci se non sia opportuno tornare a parlare di ciò che si intende per genitorialità, o meglio ancora per funzione genitoriale.

La parola genitore ci introduce, al di la della questione della consanguineità, a quella che Levi Strauss (Antropologo francese) definisce struttura di parentela vale a dire l'acquisizione di ciò che rappresenta per noi esseri umani il sistema di parentela a partire proprio dalla filiazione. E' la filiazione cioè il riconoscimento sancito da un atto ufficiale da parte di un uomo e di una donna di un nuovo soggetto, sia esso adottato o partorito o ricevuto attraverso le biotecnologie, che fa di una coppia un padre e una madre da un punto legale ed avvia il legame di parentela.
D'altronde ciò che maggiormente ci rimane insopportabile e viene recepito con orrore sono gli episodi di pedofilia ed incesto laddove il senso di ciò che rappresenta per noi umani la relazione di parentela viene calpestato, infangato per riproporre una animalità da cui il linguaggio con le sue regole, le sue leggi, i suoi limiti ci ha affrancato, ci ha elevato da una istintualità naturale. Ma per quanto ci riguarda l'atto di riconoscimento ufficiale non è sufficiente a rispondere a ciò che si intende per funzione.
E' sicuramente da quell'azione che necessita di iniziare ad interrogarsi su ciò che rappresenta la genitorialità e soprattutto che cosa attiene al concetto di funzione.

Dunque il solo riconoscimento non basta. La funzione inizia proprio da quell'atto simbolico che dovrebbe dare l'avvio ad una genitorialità responsabile, che dovrebbe dare l'avvio al mettersi al servizio della funzione genitoriale.

A questo punto sorge spontanea la domanda su cosa si intende per genitorialità responsabile. E' bene partire da una premessa: un figlio non è un Oggetto.
Questa è una premessa fondativa su cui è vitale sempre interrogarsi ogni volta che si cerca di orientare un figlio o di imporgli desideri di realizzazione nel mondo che in realtà hanno a che fare con propri desideri e godimenti insoddisfatti.
Non è un oggetto che necessita di essere "nutrito" di oggetti come unica garanzia di sopravvivenza e di appagamento del suo essere nel mondo.
L'eccesso che caratterizza la nostra epoca, l'esaltazione che accompagna il consumo vorace senza limiti degli oggetti propagandati come soluzione all'acquisizione di un miraggio di felicità, la rapidità maniacale con cui lo si costringe a confrontarsi per essere al pari con illusorie relazioni, tutto questo e molto altro non va avallato da chi si è assunto la responsabilità del riconoscimento.
Tale responsabilità richiede fin da subito di considerare un figlio come un Soggetto in Creazione.
Dire che un figlio è un Soggetto in creazione significa che questi necessita di essere rispettato nel suo percorso di ricerca e di scoperta per quanto concerne la costruzione di se stesso, devono essere rispettati i tempi logici e cronologici che sente necessari al fine di non temere la verifica e il confronto, di non temere le difficoltà e gli inciampi che si possono presentare lungo il suo percorso di crescita.

A tutt'oggi ciò di cui sembra possibile fare a meno è il tempo per riflettere e capire, per interrogarsi su tutte le questioni che man mano emergono e che richiedono di essere analizzate per consentire ad ogni bambino, ad ogni giovane, come volersi muovere, come volersi comparare, come volersi esprimere per sentirsi nel mondo come soggetto critico in grado di poter fare delle scelte. I recenti episodi di violenza fisica e sessuale di cui veniamo quasi ogni giorno a conoscenza ci lasciano interdetti soprattutto rispetto ai motivi addotti che vanno sempre sul versante del non sapere che fare, del vivere senza stimoli costruttivi: la noia sembra essere l'elemento dominante. Ciò che emerge dunque è questo elemento di incapacità di vivere il tempo mentale, vale a dire il tempo della riflessione, tutto deve esaurirsi tra l'istante di vedere e il momento di concludere, allora questa velocità che sfugge ad ogni possibile discernimento, ad ogni possibilità di ragionamento richiede e pretende sempre più stimoli forti in grado di trasmettere sensazioni ed emozioni sconvolgenti che permettano di far sentire "VIVI", ancora vivi questi figli. Su che cosa allora è necessario interrogarsi per quanto attiene alla funzione genitoriale? Sulla responsabilità.

La responsabilità per quanto ci riguarda si situa sul versante di una presenza né impositiva (l'adulto non è il legislatore, è egli stesso obbediente alle leggi, alle regole) né tanto meno lassista ( lasciar fare, poi crescono e capiscono) ma propositiva ed accogliente e soprattutto una presenza in grado di ascoltare, in grado di dialogare, in grado di dare il giusto valore a quel tempo che ad ogni figlio è necessario e vitale per cercarsi, per trovarsi, per costruirsi.
La soggettività a cui ogni figlio ha diritto di accedere passa attraverso la costruzione di una autonomia in grado di permettere l'avvio a pensieri di progettualità, laddove la conoscenza dei propri limiti deve essere intesa come conquista e non come fallimento.

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